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Collaborazione dell'Ente al Progetto CraneWin

Gru sulle sponde del fiume Po Casalese - Aree Protette del Po alessandrino vercellese

Anche l'Ente delle Aree Protette dell'Appennino Piemontese sarà impegnato con il proprio personale nel progetto CraneWin.it per il censimento delle Gru, fortunatamente in aumento nel territorio piemontese, tanto nel periodo di migrazione autunnale, quanto nello svernamento.

L'arrivo delle Gru, in termini quantitativi, è particolarmente intenso nel Nord-Ovest italiano (Piemonte e province lombarde limitrofe), pur coinvolgendo anche altre regioni italiane.

Considerata la rilevanza faunistica (e non solo) della specie, il GPSO (Gruppo Piemontese Studi Ornitologici) aveva già realizzato, nel gennaio 2016, un primo censimento delle Gru svernanti in Regione Piemonte.

Sabato 28 gennaio il GPSO ha organizzato, in forma più organica e nell’ambito delle attività del Programma triennale del Centro di referenza “Avifauna Planiziale” istituito presso il Parco del Po vercellese-alessandrino, un nuovo censimento della specie.

Nei suoi intendimenti, il progetto CraneWin.it (_Crane Wintering in NorthWest Italy) si propone di avviare un’attività di regolare monitoraggio delle gru svernanti nel nordovest italiano, al fine di studiarne la distribuzione spaziale (localizzazione delle aree principali di alimentazione e di _roost_), i movimenti dei gruppi, la dinamica temporale, gli ambienti frequentati e gli eventuali impatti sulle coltivazioni, nonché i fattori di rischio o disturbo.

I coordinatori del progetto sono:

  • Gianfranco Alessandria (gian.alessandria@gmail.com) per le osservazioni relative al Piemonte occidentale (prov. di Torino, Cuneo, e Asti) ed, eventualmente, alla Val d’Aosta;
  • Laura Gola (laura.gola@parcodelpo-vcal.it) per le osservazioni relative al Piemonte orientale (prov. di Alessandria, Vercelli, Biella, Novara e Verbania) ed, eventualmente, alle province lombarde limitrofe.

Leggi l'articolo "Le Gru tornano sulle rive del Po" de La Stampa pubblicato il 4 gennaio 2017 nella Rubrica LAZAMPA.IT

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Gennaio 2017 08:49
 

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Canzone per l'Appennino...

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LA MIA CANZONE PER L’APPENNINO MADRE CHE VIVE OLTRE LE DISGRAZIE
Maurizio Maggiani


Vado all’Appennino come vado alla casa delle origini, alla mia casa matrice e silvestre. Non c’è Apuo o Ligure, o apuoligure, che volgendo il suo sguardo al mare non avverta, naturale, ovvio, il sentimento dell’Appennino alle proprie spalle, la costrizione e la protezione, il grembo seccato e sempre rifiorito dell’Apua Mater.
Vado all’Appennino perché è madre che vive oltre le disgrazie e gli abbandoni, perché non c’è un vallo, una costa, un passo o una roccia o sito selvatico che non siano abitati, transitati, segnati, lavorati, benedetti e maledetti e ancora una volta benedetti, lasciati e ripresi; e sempre e comunque viaggiati, che l’Appennino è una via, l’arteria direttrice di ininterrotto scambio di cose e persone, anime e destini. Destini; a ogni disgrazia, catastrofe e temperie di sciagura il destino dell’Appennino è dato segnato per sempre, e sempre è contraddetto.
L’impero di Roma lo volle svuotato dei suoi popoli, e c’è chi è rimasto, la fame, la fame irrimediabile, ha deportato i discendenti alle Americhe, e c’è chi è tornato, i terremoti, la madre sempre scossa da tragiche doglie, hanno dirotto i paesi, e ogni volta c’è stato chi ha riedificato.
Contro ogni apparente ragione e logica, chi parte torna, chi perde riporta, ciò che muore rinasce, dovesse anche aspettare tre generazioni, e questo accade per amore e rispetto e dignità.
Quanto si inventa l’Appennino per continuare a pensarsi vivo, a quanto lavoro senza ragionevole mercede si applica per la pura e semplice passione di resistere al destino che lo proclama in eterno morente.
Quanto pane ancora si sforna, quante pietre angolari vengono ancora insediate, quanto primitivo formentone seminato, e castagni innestati, e antiche strade custodite.
Quanta dispendiosa cura viene data per ciò che sembrerebbe insignificante solo a cambiar l’angolo da cui lo si guarda.
No, l’Appennino non è madre di abbondanza e non di clemenza, ma i suoi figli non saprebbero averne un’altra. E tutto ciò non si vede se non da lì, se non da noi. Per il resto e gli altri, per l’opaco sguardo di un tivù, è solo montagne spaccate, maledetta incuria e fastidioso peso.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Gennaio 2017 14:53
 

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